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L'impronta idrica è un indicatore del volume totale di risorse idriche utilizzate da un paese per produrre i beni e i servizi consumati dai propri abitanti.
Comprende l’acqua, prelevata da fiumi, laghi e falde acquifere impiegata nei settori agricolo, industriale e domestico e l’acqua delle precipitazioni piovose utilizzata in agricoltura.

Rivolgendo la nostra attenzione al prodotto stesso, possiamo dire che l'impronta idrica di un prodotto è costituita dal volume totale di acqua impiegata nella sua produzione.

Secondo lo studio “Quant’acqua sfruttiamo”, condotto dal SERI (Sustainable Europe Research Institute) una t-shirt in cotone consuma, lungo tutto il suo processo di produzione, 2700 litri d’acqua.
Il cotone è una monocoltura e richiede enormi quantità di acqua, inoltre i procedimenti utilizzati per la sua lavorazione sono ad alto impatto ambientale, estremamente inquinanti.

Per non parlare del fatto che le fabbriche in cui viene effettivamente lavorato il cotone sono in gran parte situate nei paesi in via di sviluppo dell’Asia ed hanno standard lavorativi non etici e poco sostenibili.
A Dhakha, in Bangladesh, i lavoratori che producono una media di 250 magliette all’ora vengono pagati 42 euro al mese, entrando a far parte di quella catena lavorativa definita del Fast Fashion, volta alla produzione massiva di capi d'abbigliamento in assoluta assenza delle giuste condizioni per i lavoratori.

La Ellen MacArthur Foundation si esprime in questo modo riguardo l'impronta idrica:
“Il consumo di acqua è eccessivo, e spesso avviene in aree già povere di risorse idriche.
L’industria tessile (compresa la coltivazione di cotone) usa circa 93 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno, cioè il 4% dell’acqua potabile globale.
La maggior parte della produzione di cotone è situata in Paesi che già di per sé soffrono la carenza di acqua potabile come Cina, India, USA, Pakistan e Turchia.
In Cina, per esempio, dall’80% al 90% dei tessuti, filati e fibre a base plastica sono prodotti in regioni che soffrono la scarsità di acqua.
Inoltre, anche il post-vendita comporta un uso esagerato di risorse; si stima che per la cura dei capi si consumino ulteriori 20 miliardi di metri cubi di acqua all’anno”.

Gli sprechi idrici riguardano tutto, anche caffè, carne, vino...
Pensiamo al fatto che per una tazzina di caffè servono 140 litri di acqua!
L’Europa si colloca al quarto posto come consumo procapite di acqua a livello mondiale con una media di 4750 litri di acqua al giorno (per uso diretto e indiretto).
4750 litri a persona al giorno! Questo non è sostenibile!

Cosa possiamo fare a riguardo?
Sicuramente imparare a fare acquisti consapevoli, prediligendo magliette in fibre naturali quali il faggio e l'eucalipto (che ha un sistema di produzione circolare e la cui produttività delle fibre è di 10 volte più alta rispetto a quella del cotone tradizionale) o il cotone biologico.

In agricoltura biologica, la rotazione delle colture rende più fertile il terreno e ne riduce il fabbisogno di acqua; inoltre è escluso l’utilizzo di pesticidi chimici e ciò va a diretto beneficio delle falde acquifere, che vengono così risparmiate dall’inquinamento.
Occorre scegliere capi fabbricati in paesi che rispettino gli standard ambientali e lavorativi minimi.

Possiamo scegliere di mangiare meno carne (per un chiogrammo di carne servono bem 16000 litri di acqua), possiamo chiudere il rubinetto quando ci insaponiamo le mani o fare docce veloci, piccoli accorgimenti che non ci costano nulla ma sono importanti per ridurre il nostro impatto anche per quanto riguarda il consumo di acqua.

E poi, quando una t-shirt non ci piace più, anziché buttarla, impariamo a riutilizzarla, ci si può davvero fare di tutto!
Un esempio di riciclo creativo di una maglietta lo trovate su questo blog e servono solo un paio di forbici e un minimo di manualità.
Abbiamo visto in questo periodo che il cotone può essere utilizzato per creare delle mascherine lavabili, quindi mai buttare via una maglia a cuor leggero, può sempre avere un' inaspettata seconda vita.

Ora voglio portarti un esempio di consumo idrico riguardante la coltivazione del cotone.
Durante la guerra fredda il regime sovietico deviò il corso del fiume che alimentava il lago Aral (uno dei quattro laghi più vasti del mondo) per irrigare i campi delle coltivazioni intensive di cotone.
Il lago ha quindi iniziato a prosciugarsi, riducendo la sua superficie del 75%, finendo con il diventare una distesa di sabbia e scheletri di navi.

È stato calcolato che, a causa del riscaldamento globale, tra 15 anni il mondo richiederà il 40% di acqua in più di quanto possiamo fornire in modo sostenibile.
Ciò include anche l'acqua necessaria per una popolazione in crescita, che, secondo le stime, richiederà fino al 50% in più di cibo entro il 2050.

Tutto questo deve portare ad una riflessione.
Le nostre scelte come consumatori devono necessariamente rivolgersi verso soluzioni meno impattanti sulle risorse idriche.
Il disastro del lago Aral, prosciugato in soli 50 anni, è una triste realtà che non dobbiamo dimenticare.

FONTI
Ellen MacArthur Foundation, A new textiles economy: Redesigning fashion’s future (2017)
Quant’acqua sfruttiamo, studio condotto dal SERI – Sustainable Europe Research Institute per Amici della Terra-Friends of the Earth Europe
WWF

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